
Tanti film che si citano, molti vengono visti, ma pochi rimangono impressi nella memoria. Nel silenzio e nel buio dei riflettori, bestie da palcoscenico si scontrano come titani suscitando emozioni, sconcerto, rabbia, stupore. E’ il caso di una pellicola che mi ero promesso e ripromesso di vedere, ma che a causa della consueta dimenticanza data dal tran tran quotidiano, ho rimandato di mesi, quasi anni. Giorni fa, seduto davanti il pc alzo lo sguardo e noto tra i libri, nascosto tra la teologia politica di San Paolo e un giallo di Agatha Christie, una custodia nera con impressa la scritta in caratteri corsivi : “il petroliere”.
Un film che ci trasporta nella California di inizio secolo, terra selvaggia, deserta, ancora da conquistare, tappezzata da piccoli villaggi ignari della ricchezza nascosta. Un mondo ancora non “troppo” colonizzato dal monopolio petrolifero delle grandi compagnie, che invece diventa teatro di speranze e di conquiste per Daniel Plainview, ex-minatore che grazie alla sua capacità di accattivarsi la fiducia dei piccoli possidenti terrieri, costruisce quello che diventerà presto la sua ricchezza e la sua rovina.
Forte, ambizioso, tremendo opportunista, il protagonista assume i tratti di una figura sgradevole, egoista fino al midollo, ma vero e sincero nella sua fisionomia da cattivo. Arrivato a Little Boston si trova a fronteggiare con Eli Sunday, bizzarro predicatore della “ Chiesa della terza rivelazione”, anch’egli “disgustoso”, ma ancora più subdolo, vittima maliziosa della sua ambizione che lo porta a fronteggiarsi con il temibile colonizzatore dell’oro nero. L’autorità di una falsa spiritualità, resa forte dal potere della suggestione, contro il dominio assoluto dell’economia, dominato dagli “animal spirits” dell’egoismo e della rendita famelica. Uno scontro che spinge lo spettatore fin dalle prime battute ad un’ immedesimazione con il petroliere, e quindi ad un incresciosa identificazione con una figura negativa, che si trasforma in vittima innocente accostata all’antipatia del falso profeta Eli.
C’è da dire che la pellicola, candidata ad otto premi Oscar, merita l’attenzione che purtroppo non riceve, destinata invece ad un imbarazzante posto nell’oscurantismo e nel cinema del silenzio, riesce a conquistare gli spettatori più attenti e ad attirarli grazie alla grande carica magnetica sprigionata dai due crudeli protagonisti e da quella suggestione manageriale che piccoli e grandi amanti del pionierismo riescono a cogliere.
Titoli di coda interminabili susseguono le tragiche fasi del film, spengo il televisore, estraggo il dvd, e dopo 158 minuti di visione la pellicola torna al suo posto, nascosta tra i libri, forse nel buio dove desidera stare, all’attenzione soltanto di chi è capace di apprezzarla e valorizzarla.